Dal 9 ottobre scorso migliaia di messaggi elettronici vengono inviati al Capo dello Stato; questa, particolare, catena di sant’Antonio chiede esplicitamente al Presidente della Repubblica di non firmare il testo della riforma voluta dal ministro Mariastella Gelmini. Precisamente si chiede di <<non firmare la legge di conversione del decreto legge 137>>.
E’ la prima volta che si verifica un corteo elettornico!
La risposta di Napolitano la si può definire una lezione di diritto costituzionale.
Napolitano, ha ricordato la funzione legislativa del Presidente della Repubblica:
Il Capo dello Stato promulga le leggi approvate dal Parlamento e può con un messaggio motivato (cioè spiegandone le ragioni in un testo che accompagna l’atto di rinvio) chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata (art.74) dal Presidente della Repubblica entro un mese dall’approvazione (art.73).
Prima di spiegare i motivi delle agitazioni del mondo sia studentesco ma dell’istruzione, in generale, facciamo un breve excursus storico per capire come si è arrivato alla Riforma Gelmini.
Riforma Gentile. Con la riforma scolastica del 1923 si prevede l’obbligo scolastico fino ai 14 anni, l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica, l’istruzione estetica e la divisione tra licei ed istituti tecnici.
La costituzione. La carta stabilisce che la scuola è aperta a tutti; l’istruzione inferiore, impartita fino ad otto anni, è gratuita (art.34).
il 1968: la contestazione. I movimenti giovanili e studenteschi contestano l’autoritarismo del sistema scolastico. Nel maggio del ‘68 tutte le università italiane, esclusa la Bocconi, erano occupate.
Le riforme degli anni ‘90.
-1995: il vengono aboliti gli esami di riparazione.
1997: Riforma Berlinguer ha abolito la suddivisione di scuole elementari, medie e superiori sostituendo il tutto con una struttura basata sui “cicli”.La riforma inoltre ha riorganizzato l’organizzazione complessiva portando l’obbligo scolastico a 15 anni. Inoltre entra in vigore un nuovo tipo di obbligo: l’obbligo alla formazione professionale che dura fino ai 18 anni.
-2003 Riforma Moratti nelle scuole professionali è prevista una durata graduata nel corso degli anni con periodi di alternanza fra scuola e lavoro. Al termine di tre anni viene consegnato un diploma di qualifica. Ha dato inizio inoltre all’adeguamento agli altri Stati Europei (con l’alternanza scuola-lavoro appunto e prevedendo la laurea, almeno in ‘Scienze della Formazione Primaria’,obbligatoria per i docenti di scuola primaria). Tagli alla scuola pubblica.
-2007 Riforma Fioroni ritornano gli istituti gli tecnici e i professionali. E ancora, scuole equiparate dal punto di vista fiscale alle Fondazioni, riforma degli organi collegiali e qualifiche professionali triennali con relativo albo nazionale.
2008 Oggi: LA RIFORMA GELMINI reintroduzione del voto in condotta, tagli all’istruzione e agli stipendi dei docenti, ritorno al maestro unico e al grembiule.
<<Il nuovo governo berlusconi dichiara di voler restituire serietà ed autorevolezza alla scuola, contro il “lassismo di insegnanti lazzaroni”, quando chiunque lavori in un’aula sa che la scuola rischia sempre di più di diventare un mondo in cui la cultura conta poco o niente, dove imperano il presente, il disagio, i soldi tagliati o sognati >>
Gli studenti venerdì 10 ottobre, hanno espresso il loro dissenso contro la Riforma Gelmini, manifestando in piazza e rivendicando i loro diritti.
Io, intanto, ho dei quesiti:
- ma che futuro ha un Paese, come l’Italia, che non investe nella formazione delle nuove coscienze; tagliando i fondi alla ricerca, all’università e all’istruzione?
- la riforma Gelmini come prevede di “utilizzare” i precari (tutti i giovani che hanno terminato la Sicse) del settore dell’istruzione pubblica?
- a causa del ritorno al maestro unico i molti insegnanti, non di ruolo, cosa faranno?
Fabiana Borrelli

Approfondendo quest’argomento, in relazione al coordinamento di cui sono entrato a far parte (spontaneamente
) ed avendo stamane assistito ad un’assemblea della facoltà di Lettere – tra le tante che se ne stanno giustamente organizzando – vorrei fare un quadro generale di quelli che sono i cambiamenti previsti per l’università. Naturalmente chiedo precisazioni o correzioni qualora mi sbagli.
Il 5 agosto, la Camera dei deputati ha approvato in seconda lettura il disegno di legge di conversione del decreto legge n.112 del 25 giugno 2008 (“misure per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”). Questo decreto diventato legge, esattamente la 133, per il mondo universitario si sviluppa fondamentalmente su 3 punti:
1. Blocco del turnover al 5%.
Praticamente, per ogni 5 professori di ruolo che raggiungeranno l’agognata pensione, ci sarà una nuova assunzione. Per assunzione si intende anche la promozione di un ricercatore o di un professore associato, naturalmente. Lo squilibrio che si andrà a creare tra materie da insegnare e personale qualificato è evidente, il tutto in rapporto al ricambio generazionale e alla incalzante richiesta di lavoro.
Altrettanto evidente è la diminuzione degli stipendi che si otterrà dalla manovra, parallelamente al ritorno al maestro unico per le scuole elementari.
2. Diminuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario (cioè finanziamenti ministeriali annuali per l’Università) di 63 milioni di euro per il 2009 e con previsione di tagli crescenti fino a 455 milioni per il 2013.
Da notare che i finanziamenti universitari italiani sono già inferiori alla media europea. Anche non volendo riferirmi alla mia esperienza – la pietosa condizione della facoltà di Lettere della Federico II – non credo qualcuno possa elogiare oltremodo la gestione generale delle università italiane.
Inoltre i tagli andranno irrimediabilmente a gravare anche sulla Ricerca, là dove gli investimenti non raggiungono mai la sufficienza e si concentra la maggioranza del personale qualificato e motivato (molti ricercatori si impegnano nell’insegnamento senza adeguate retribuzioni).
3. Possibile trasformazione per le università in fondazioni private.
Vale a dire, possibilità di privatizzazione. Con conseguente aumento esponenziale delle spese di studio, senza possibili ed eque alternative per il diritto alla preparazione accademica. Quante famiglie, considerando le condizioni di vita attuali, potranno mandare uno o più figli alle università private in futuro? Tra l’altro, in molti casi si è già verificato un aumento delle tasse, a cui non sono però seguiti particolari miglioramenti nei servizi.
Fortunatamente sul piano dei docenti si stanno avendo delle mobilitazioni di protesta.
Invece l’indifferenza e la rassegnazione diffusa tengono la maggior parte degli studenti in una condizione d’insofferenza piuttosto passiva. Esiste anche il rischio che alcune date della sessione di esami di novembre, vengano annullate.
Questo che ho trovato, è l’interessante documento che i professori e i ricercatori dell’ateneo di Cagliari stanno firmando per rinunciare all’insegnamento:
“Illustrissimo sig. Preside,
io sottoscritto __________________ in servizio in qualità di professore ordinario/associato/ ricercatore presso codesta Facoltà, considerato il clima di emergenza istituzionale causato dai recenti provvedimenti governativi sull’Università, ritengo doveroso intraprendere un’iniziativa di protesta di forte impatto, astenendomi dalle attività didattiche non previste dall’attuale stato giuridico (DPR 382/1980, L. 230/2005) per tutto l’anno accademico 2008/2009.
Tale azione di protesta esprime il profondo sconcerto e il disagio causati dai provvedimenti intrapresi dal Governo mediante la manovra finanziaria (Legge 133 del 6 agosto 2008, ex DL 112), con particolare riferimento all’ingente e progressiva riduzione dei fondi destinati alla ricerca e alla didattica, alla drastica limitazione del turnover del personale docente e amministrativo, alla facoltà delle università di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, alla riduzione annuale degli aumenti stipendiali. Si tratta di provvedimenti che nell’immediato producono pesanti e scriteriate penalizzazioni e che peraltro non comportano alcun miglioramento qualitativo del sistema universitario. Viceversa, nel giro di pochi anni produrranno effetti devastanti sul sistema pubblico della ricerca e dell’alta formazione del nostro Paese.
Per tali motivi comunico formalmente di non essere disponibile a ricoprire gli incarichi di insegnamento affidatimi per il prossimo anno accademico 2008-2009 e non rientranti nel carico didattico previsto dalla normativa vigente.
In particolare rinuncio a tenere i seguenti insegnamenti: ….”
Saluti vagamente democratici
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