Non passa giorno che i media non riportino notizie da Napoli. Ci sarebbe da essere lusingati se non fosse che, purtroppo, ogni volta è per annunciare l’ennesima “palata di merda” sulla città. Ed è tristissimo concludere che la pala in mano ai giornalisti la mettono, quasi sempre, i napoletani.
Dal suicidio dell’assessore Nugnes sino agli arresti del Global Service, dall’ennesimo morto sparato “per sbaglio” a Capodanno, al video dei ragazzotti che sparano in diretta come fosse la cosa più normale del mondo (visto in mondovisione), all’anziana morta di spavento dopo una rapina solo qualche ora fa.
Sono decine i casi (solo nell’ultimo mese) che si potrebbero citare per sostenere l’interrogativo che mi pongo (e a cui vorrei rispondeste per capire un po’ se sono io che penso a male oppure c’è effettivamente qualcosa che non va…):
PERCHE’ NAPOLI E’ ARRIVATA A QUESTO?
e soprattutto
COME USCIRNE? (qualora via d’uscita ci fosse…)
Attendo le vostre opinioni per poterle discutere insieme.
Marco Usai
“Invece di maledire il buio, è meglio accendere una candela“
La donna che è morta d’infarto ieri in seguito alla rapina di due balordi non era anziana – aveva 50 anni! – e, soprattutto, era disabile. Lavorava per l’Associazione provinciale dei disabili, si chiamava Felicia Castaniere e viveva a Casandrino, dove è anche morta e dove non c’è una caserma dei carabinieri – i cittadini la richiedono da diverso tempo. A Napoli arriviamo a livelli di bassezza che, certo, possono verificarsi in qualsiasi altra parte d’Italia, ma, accostati ai problemi sempiterni della città che Marco ha citato e agli spiragli di ripresa sempre più piccoli, contribuiscono a diffondere ulteriormente la nostra idea negativa nell’immaginario nazionale (mondiale?). A seguire tutte le notizie degli ultimi giorni, Napoli è un enorme Bronx dove per tremare e per morire non hai che da scegliere un motivo qualsiasi.
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Non trovo niente di nuovo se dico che nel ragazzo che spara in diretta per Capodanno (sembra usasse una scacciacani, almeno), nella convivenza con la criminalità, nell’abitudine all’inefficienza dello Stato e alla bassa qualità di vita, c’è la cultura napoletana di oggi. Cultura in senso negativo, ma pur sempre cultura molto radicata.
E come si cambia una cultura, un costume, un ideale? Con il naturale passare del tempo, con la violenza esterna o con una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione culturale, questo ci vorrebbe: prima veicolata dalle alte sfere della società ma poi soprattutto capillare, interna alla gente e profondamente sentita.
Per intenderci, se a un certo punto nell’Italia meridionale un giovane bisognoso di lavoro e denaro non avesse più come migliori possibilità di scelta lo spostarsi o il delinquere, con il tempo la malavita perderebbe parte (forse piccola) della sua attrattiva e luogo comune, idea diffusa potrebbe essere non più quella del camorrista come risorsa, come riferimento, ma come criminale, cancro sociale, parassita. In quanto tale meno persone sarebbero disposte a tollerarlo, per quanta violenza possa esercitare.
La Campania capitale della delinquenza potrebbe mai arrivare a un odio tanto viscerale da ribellarsi, rifiutare ed espellere la malavita organizzata, ad esempio? Forse sì, ma dovrebbe tutto partire da una profonda trasformazione politica: se non cambiano le strutture per cui bisogna essere clienti, entrare in qualche casta o essere mooolto fortunati, come un giovane potrà stabilirsi ed essere invogliato al lavoro?! Questo discorso vale tanto per una possibilità ingombrante come l’ipotetica fine della camorra, tanto per una possibilità limitata come quella di un ragazzino napoletano che può desiderare e procurarsi un’arma.
Per il momento le trasformazioni, anche culturali, non possono che essere piccole: l’educazione all’ambiente, all’integrità, al rispetto, alla civiltà… Ma le grandi distanze si compiono a singoli passi, quindi non è inutile credere e combattere per cambiare, per migliorare… proprio come faceva Felicia Castaniere con il suo lavoro
Saluti talvolta democratici.
caro marco,sono costernato e pure schifato per quello che succede alla nostra bella città,non ti voglio temoralizzare ma la tiro breve con una frese del grande Eduardo a voi giovani: fuitivenneììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììsaluti Mario
Non credo più all’utilità di un progetto basato sull’educazione alla legalità, al rispetto, alla cultura.
In una città (che non è diversa da tante altre) in cui coesistono forze negative (in minoranza) e altre positive (in maggioranza), quelle che fanno della sopraffazione il loro grido di battaglia avranno sempre la meglio.
Charles Darwin espone come nell’evoluzione si ha un progressivo (e cumulativo) aumento della frequenza degli individui con caratteristiche ottimali per l’ambiente di vita, con una contemporanea progressiva diminuizione degli individui sprovvisti di tali peculiarità.
Contestualizzando tale teoria all’ambito partenopeo ecco come, seppur giusta, a me appaia incompleta.
Se persone “forti” (delinquenti) e persone “deboli” (onesti) non si incontrassero ecco come le forze positive potrebbero raggiungere un maggior tasso di sopravvivenza.
Quindi, rispondendo alla tua domanda, la mia soluzione per uscirne è uscire.
Tutte le persone che in qualche modo si sentissero legittimate da parole quali lealtà, onestà, moralità, incorruttibilità, dignità, onorabilità etc. dovrebbero andare via da Napoli.
In una città la cui popolazione fosse composta da soli elementi quali la delinquenza, l’illegalità, la doppiezza, la corruzione, la frode, non solo ci sarebbe maggiore concorrenza, ma probabilmente sempre più persone che capirebbero, vedendosi non più come i furbi, ma come i deboli, cosa vuol dire la parola rispetto.
Anche perchè citando De Filippo:
“… ma quan tu vir ca’ chill c’avesserà dà o’ buon esempio song na’ maniat e marijuol. Sai che ti dico?! Tu mang buon e t’ingrassi e je rest digiuno?! Arruobb tu arrobb pure je, si salvi chi può!”
Chissà qual è l’opinione di Paperinik
….
Illuminante la spiegazione in chiave evoluzionistica.
Tante volte la tentazione di fuggire da Napoli, come ha detto anche Mario, è forte.
Ma fuggire senza combattere no…non è ONOREVOLE (restando in tema…)
Credo che, seriamente, una battaglia di legalità partendo dalle piccole cose possa essere fatta. D’altronde come si crea una cultura?Dall’esercizio quotidiano di gesti, parole, abitudini che si perpetuano e si diffondono col tempo…
D’altronde se si è creata una cultura della ILLEGALITA’ cosi diffusa e penetrante, perchè non si potrebbe fare l’inverso?
Purtroppo, ai giorni nostri, siamo troppo immersi nella cultura del semina oggi, raccogli subito…e anche piccole cose, piccoli progetti, piccole conquiste, sembrano sciocchezze a confronto del GRANDE SISTEMA…
Ma, come recita una frase da me molto apprezzata, “fa più rumore una foglia che cade che una foresta che cresce…”
Possiamo essere questa foresta, se lo vogliamo.
Dobbiamo almeno tentarci.
Altrimenti la via è quella che avete descritto voi!!!
Marco Usai
In questi giorni è stato sparso altro sangue qui a Napoli, infatti ho sentito per telegiornale che è stata sparata una guardia giurata che presiedeva un quartiere. Oltre ad aggiornare il post con quest’ultima notizia volevo anche controbattere a chi diceva che questi episodi sono il frutto della cultura Napoletana, io credo che facciano parte della nostra cultura ben altre qualità e affermo che le persone che seguono un certo stile di vita basandosi sull’illegalità siano solo una minoranza che è nata a causa del degrado economico e politico che si è sviluppato nel tempo nella nostra città.